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Eccoci, nomade del mondo,
siamo ancora tra le rossa mura di Bologna, dove si spiegano le pagine virtuali di questa lettera. Anche oggi è un ritorno al passato, ma senza confondere il ricordo con la nostalgia. Non ci troviamo più tra le vie strette, ma le abbiamo lasciate alle nostre spalle per entrare in spazi aperti: siamo nel cuore della città, dove il cielo è una costante e così il variegato passo della gente.
In queste riflessioni che riceverai, mi concederò il privilegio di modellare il tempo a mio piacimento, ed è giusto che tu sappia che con la poesia di questo mese torniamo ancora più indietro rispetto a quella di Novembre. Questo perché, se guardo ai miei vissuti, vedo un filo – con una propria logica – che si interseca tra le mie esperienze e riesce a valicare le percezioni del tempo e dello spazio. Ed è quindi arrivata anche l’idea che, forse, siamo tutti spettatori davanti a questi eventi.
Vision Finale degli M83 andava in ripetizione nelle mie cuffiette, era Gennaio e l’aria pungente, ma il mio corpo era caldo, perché come già accennato, mi ero lasciata alle spalle chilometri di vie strette per poi sedermi sugli scalini dei portici di Piazza Maggiore. Quella era una delle prime volte in cui sostavo a guardare San Petronio al tramonto, e lascio immaginare – o forse ricordare – quanto sia bello quando il cielo si tinge di colori violacei e fa da sfondo alla città.
Non era un caso se quel giorno avevo pensato che le note di Vision Finale sembravano stonate e inadeguate, non ne coglievo la musicalità; c’è un senso di caduta in quei rintocchi, come se qualcosa fosse fuori posto...
“Quattordici chilometri di camminata e ancora non ammetto di essermi persa”.
È una frase che lascia intendere uno stato di rabbia e rassegnazione. Io mi ero, difatti, rassegnata alla solitudine, la vedevo mordere le caviglie della gente, aggrapparsi alle schiene dei ciclisti, e sentivo quel momento completamente sbagliato. Anzitutto, quella canzone era apparsa nella mia playlist all’improvviso – io non ce l’avevo messa – e, nell’inaspettato, a me pareva brutta, poi ero stanca, e infine mi ero seduta in Piazza Maggiore a guardare le persone passare. Anche io volevo essere un passante, e volevo farlo senza sentirmi osservata da questi miei occhi. Così mi sono alzata e forse ho pensato che dovevo andare via, ma poi ho raggiunto il centro della piazza, ho vagato anche io, mi sono concessa la conferma di essermi persa davvero. E più mi guardavo intorno e più i confini erano smussati, lontani, insensati. C’era molta gente che camminava quel pomeriggio, io di certo non mi distinguevo ma anzi mi camuffavo perfettamente nel momento che ammiravo poco prima.
Giravo e mi guardavo intorno finché il mio corpo non ha quasi perso l’equilibrio. Qualcosa, sotto i miei piedi, si era sbilanciata, aperta, e mi aveva portata con sé. Era un massello, rotto. Si muoveva, non era più incastrato alla perfezione come una volta. Io allora mi chiedevo come fosse possibile che nessuno ne avesse mai parlato: nessun articolo di giornale, nessun pesante libro a celebrarlo. Eppure, era chiaro che proprio quel difetto lo rendeva il massello più bello di tutti.Ma forse, ripensandoci, la sua bellezza, stava proprio nel suo essere sconosciuto e inaccessibile, distante dagli sguardi di chi cerca l’insipida perfezione o l’estrosa novità. Sono caduta giù. E alzando lo sguardo ho visto la mia ombra spalmata al suolo intersecarsi con le ombre degli altri. Chissà dove diamine ero finita. Mi sembrava solo strano che, tra tutti gli elementi circostanti, sensazioni, emozioni, odori, visioni, quel massello – concreto e indissolubile - era l’unica cosa ad avermi trasportata in un luogo simile. E così, sentendomi come un batuffolo di polvere smosso dalle folate d’aria dei passanti, non solo ho ammesso di essermi persa ma anche di essere sola. E quel brano era diventato bello e intonato, quel momento era finalmente perfetto, non ne avevo mica colto il senso ma sapevo che più mi facevo invisibile, più mi lasciavo inglobare da quel massello, e più potevo sentirmi in connessione con tutto.
Gio
C’è stato un momento nella tua vita in cuihai sentito la forte presenza della solitudine?Hai colto l’occasione di abbandonarti interamente?
Vedi la solitudine come un luogo sicuro o ne hai paura?



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