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♪ Dissolution – Ed Carlsen


Ciao nomade del mondo,

finalmente, dopo qualche mese, ci ritroviamo in questo nostro piccolo spazio sicuro. Che cosa è successo in questo arco di tempo? Quali sono le immagini che naturalmente riaffiorano in te pensando all’ultimo periodo?

Ricordi che l’ultima poesia che ho pubblicato è stata Ti coglierà il vuoto? ← puoi cliccare sul titolo per andare a rileggerla, se hai piacere.

La poesia di Maggio, invece, è stata scelta tramite un sondaggio sulla mia pagina instagram → nomadedimare ← che ti invito a seguire , come per avere un remo in più nella barchetta che stiamo costruendo insieme!

Devo ammettere che, in questa chiamiamola casualità , l’argomento di oggi si lega curiosamente anche al titolo della poesia di Gennaio.

Infatti, mi fa sorridere pensare che dopo la frase “ti coglierà il vuoto”, ci sia stata questa pausa, quasi come fosse stato un presagio. Un dolce silenzio che scivola dall’inverno verso il cuore della primavera. Un lento dissolversi, a richiamo del meraviglioso brano che accompagna questa newsletter e che mi ha accompagnata nella scrittura di questa poesia, il 23 Gennaio 2023.

Questa poesia non arriva a caso, ne sono certa, ma in un momento nel quale sento due profonde necessità: Dio e spazi interiori infiniti.

Se nella newsletter precedente sognavo di affondare i piedi nella sabbia della vasta spiaggia di Sandwood Bay in Scozia, oggi sogno luoghi con meno confini.

Luoghi da poter chiamare casa, da poter chiamare nido.

Fammi sapere se sei d’accordo: spesso, in un momento di crisi o di sofferenza, ci viene automatico pensare di voler fare qualcosa per migliorare, per cambiare condizione nell’immediato. Veniamo rapiti dalla fretta di voler manipolare quello che ci circonda e, soprattutto, quello che ci abita dentro. Forse perché vogliamo toglierci di dosso quello stato scomodo e puntiglioso dato dalla consapevolezza di sapere che qualcosa sta causando un dolore, uno sconforto. Pensiamo che sia addirittura sbagliato sentire un preciso sentimento o non sentirne uno affatto. Abbiamo difficoltà a stare – s o s t a r e – governati da una frenesia che non fa altro che allontanarci da un qualsiasi miglioramento…

Ma a me proprio non piace parlare di miglioramenti. Vorrei parlare, invece, di un ritorno a sé stessi, un’immersione verso quella parte più vera, incontaminata. Quello è lo spazio degno di essere chiamato casa.

​

Eppure mi domando se anche questo non significhi voler fare qualcosa di specifico. In qualche modo, forse è vero. Ma io credo esista un’azione che, più di tutte, possa definirsi non-azione al contempo: la fede, la fiducia. Se hai letto la newsletter di Gennaio, troverai questo collegamento.

A f f i d a r s i.

Adesso non posso fare a meno di pensare, ascoltando la delicatezza di Dissolution di Ed Carlsen, che questa pacatezza, questa dolcezza nel sapersi fermare, sia come una lama affilatissima, e per me quella lama è Dio.

È stato Dio, il 23 Gennaio 2023, a pugnalarmi, su quel marciapiede di via Saragozza. Tra il caos delle auto, i rumori insopportabili degli autobus, dei motorini. Vedi che siamo ancora qui, io e te? Dove questo viaggio è cominciato: Bologna.

Questa non vuole essere una scena poetica, perché io un pochino sento il sapore acido dell’imbarazzo sulla lingua mentre ti racconto, ma ricordo con precisione la sensazione che finalmente mi stavo lasciando ferire nel senso più vero del termine. Ero scoppiata in un pianto catartico, dal nulla. Sono certa che capirai. Si era aperto un enorme varco nel mio petto.

Credevo, fino a quel momento, che ciò che chiamano salvezza interiore si sarebbe presentata tramite un nuovo e passionale amore, la carriera lavorativa dei miei sogni, un figlio, il successo ecc. Ma mi sbagliavo. Io mi sono sentita salvata solo nel momento in cui ho accettato di essere vulnerabile, di essere amata con tutto il carico dei miei dolori, alcuni così antichi che certamente non appartengono a me personalmente.

E quante volte avevo sentito dire che le persone sono spezzate e che devono ricomporsi, che devono ritrovarsi.

Da quel momento in poi, per me quella è diventata la più grande delle bugie.

Ora so vivamente che noi siamo già integri e che necessitiamo di un’urgente frammentazione.

Ma non fraintendermi. Io intendo il separarci da tutti quei falsi ruoli che ci siamo addossati senza un perché, come se avessimo dovuto per forza seguire degli schemi rigidi e militari. Usare la lama della fiducia per silenziare tutti questi personaggi e ascoltare la delicata voce che ci parla da quel luogo sicuro, di una pace che non ha niente a che vedere con l’euforia o un insipido appagamento momentaneo. E questo non significa che dobbiamo rinnegare la nostra vita e il nostro vissuto, anzi, e forse mi ripeto, dobbiamo sgretolarci per poterle vedere davvero queste parti di noi. L’immagine che mi appare è quella dello specchio rotto che ho in camera, che non ho voluto buttare. Quante versioni di me ci sono adesso in quei riflessi? Tante non mi piacciono e tante nemmeno le ho mai viste. Ma guardandole mi riconoscerò, e solo così mi potrò lasciar condurre anche da queste sconosciute, in quel luogo senza confini, quel luogo di verità. Affidandomi.


 

E tu, ti affidi tanto da lasciarti attraversare?

Raccontami di un momento nel quale hai deciso di affidarti alla vita.

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Se questa lettera ti ha lasciato qualcosa, io e tutti gli atri nomadi aspettiamo il tuo pensiero sulla pagina Dove sei del sito
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